TALLODINIE E FASCITE PLANTARE
Il termine tallodinia o tallonite indica genericamente una condizione dolorosa che coinvolge la regione plantare calcaneare. Questa rappresenta una delle più frequenti patologie del piede, colpendo dal 3 al 7% della popolazione generale e circa il 10% dei runners. L’origine della tallodinia è solitamente una patologia dei tessuti molli (fascia, tendini e nervi) più rara quella ossea. Nonostante la fascite plantare rappresenti la causa di gran lunga prevalente e spesso i due termini siano erroneamente confusi, è bene non dimenticare che esistono cause neurologiche, artritiche, traumatiche, infettive, autoimmuni e sistemiche che, per quanto meno frequenti, è importante riconoscere e mettere in diagnosi differenziale. La fascia plantare, o legamento arcuato, è una robusta aponeurosi che origina dalla tuberosità calcaneare e s’inserisce alle teste delle ossa metatarsali. Alcuni autori la considerano come una continuazione del tendine d’achille formando il sistema Achilleo calcaneo plantare. Durante la fase di spinta del passo la fascia plantare si iperestende provocando delle microlesioni, i cui fisiologici processi riparativi sono inibiti dal continuo essere sottoposti a carico. Queste portano a un edema e a un inspessimento perifasciale con conseguente perdita di elasticità dell’heel pad: degenerazione strutturale della fascia dimostrata essere causa di dolore. Questa patologia, spesso considerata una condizione autolimitante, colpisce tipicamente pazienti tra i 40 e i 60 anni ma anche pazienti sportivi più giovani. Gli sport a maggior rischio sono quelli con frequenti le sollecitazioni sul tallone e spinta in avanti o in alto del piede (corsa, marcia, salto, calcio, pallavolo per esempio), specie se praticati su superfici dure. Nei runners l’incidenza arriva a essere circa del 10%.
EZIOLOGIA
L’eziologia della fascite plantare è multifattoriale e non ancora ben definita; numerosi sono i fattori di rischio associati, tra cui: attività che comportino stare in piedi o camminare a lungo, incremento ponderale e obesità, retrazione del gastrocnemio, eccessiva pronazione del piede (piede piatto) o una limitazione della dorsiflessione della tibiotarsica. Negli atleti è considerato un infortunio da sovraccarico correlato soprattutto da errori o cambi di allenamento, al terreno, alle calzature, maleallineamenti biomeccanici e disequilibri muscolari.
SINTOMI CLINICI
Una corretta anamnesi associata a un approfondito esame clinico sono fondamentali e spesso già sufficienti per fare diagnosi. È importante indagare la sede esatta del dolore e raccogliere più informazioni possibili dal paziente: cosa allevia o esacerba il dolore, se presente a riposo o sotto sforzo, se ha riportato traumi. Inoltre, qualora il paziente sia un atleta informazioni circa la sua attività sportiva, calzature cambi di allenamento o superfici. Nella fascite plantare il dolore compare tipicamente dopo un lungo periodo di riposo, è peggiore al mattino durante i primi passi per poi migliorare e ripeggiorare a seguito di una prolungata stazione eretta o esercizio. Circa un terzo dei pazienti affetti da fascite plantare lamentano sintomatologia bilaterale.
QUALI ESAMI ESEGUIRE
Attualmente non esistono esami strumentali considerati ‘gold standard’ per la diagnosi di fascite plantare. Le radiografie nelle proiezioni standard è sempre consigliato eseguirle per studiare la morfologia del piede, escludere fratture o altre problematiche. Inoltre possono evidenziare la presenza di speroni calcaneari. L’ecografia è solitamente sufficiente a confermare la diagnosi clinica di fascite plantare evidenziando una ridotta ecogenicità e un’ispessimento della fascia (>4-4.5mm) alla sua inserzione calcaneare. La risonanza magnetica permette un’indagine più accurata e riproducibile, evidenziando sia un edema della fascia sia delle strutture perifasciali. Inoltre permette di evidenziare un’eventuale presenza di fratture da stress a livello del calcagno o un’atrofia del cuscinetto adiposo plantare. In alcuni pazienti, soprattutto se con un coinvolgimento bilaterale, può essere indicato uno screening reumatologico.
TRATTAMENTO
Un’iniziale approccio conservativo è d’obbligo e nel 90-95% dei casi risolutivo. Questo si basa sul riposo, applicazione di ghiaccio, utilizzo di tallonette, FANS, splint notturni, terapia fisica (Onde d’Urto, Laser, Magnetoterapia, Tecar, Roentgen), esercizi di stretching della fascia e calzature con un buon supporto della volta plantare. Negli atleti è consigliato variare il tipo di attività, per esempio con attività allenanti non d’impatto, di superfici e di calzature. Controversa l’efficacia a breve e lungo termine sull’utilizzo del PRP, per quanto non vi sia ancora un’evidenza scientifica sull’efficacia del PRP (platelet rich plasma) alcuni studi riportano risultati preliminari incoraggianti. Nella nostra pratica clinica utilizziamo questa metodica da quasi 15 anni e abbiamo osservato gli stessi incoraggianti risultati a fronte di un elevato profilo di sicurezza. In circa il 5% dei pazienti affetti da FP cronica il trattamento conservativo, protratto per circa 12 mesi, fallisce. In questi casi è indicato l’intervento chirurgico di fasciotomia. Da ormai 20 anni eseguiamo questo intervento per via endoscopica, ovvero eseguendo soltanto uno o due piccoli accessi in cui vengono inseriti gli strumenti e l’ottica. Questa tecnica mininvasiva, a fronte di risultati del tutto sovrapponibili all’open, ha notevoli vantaggi quali minima cicatrice, nessuna immobilizzazione, carico precoce, guarigione più rapida, ripresa lavorativa e/o sportiva più veloce.
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A cura del Dott. Matteo Guelfi
